L’hic et nunc negato di Andrea Cosentino

andrea cosentino - non qui non ora«Non qui, non ora». Suona come un manifesto il titolo del nuovo spettacolo di Andrea Cosentino, che è approdato al palcoscenico del Teatro Palladium di Roma in forma di studio, nell’ambito del festival Teatri di Vetro. Perché al centro della riflessione operata da Cosentino – ma anche di un certo grado di irrisione – c’è la contrapposizione tra arte contemporanea e teatro, tra performance e rappresentazione. Davvero due filosofie estetiche contrapposte? A dirlo non è lui, o una delle sue maschere dialettali che stanno partecipando a un’ipotetica performance in un ipotetico museo (il romano caustico, il presunto viterbese che parla un improbabile dialetto), ma Marina Abramovic in persona, una delle icone dello star system dell’arte contemporanea. È dalle sue parole che prende forma la contrapposizione tra l’hic-et-nunc della performance e l’altrove ipotetico della rappresentazione teatrale, dove la “verità” e la “vita” sarebbero automaticamente dalla parte della prima. Abramovic sintetizza questa “superiorità” dell’arte performativa con la seguente frase: “In teatro il coltello è finto e il sangue è ketchup, mentre nell’arte performativa il coltello è un vero coltello e il ketchup è sangue”. Una concezione che, tuttavia, ha trovato i suoi limiti nella parabola artistica della stessa Abramovic, che dopo aver sottoposto il proprio corpo a una serie di “iniezioni di realtà” per quarant’anni, sottoponendosi a ogni tipo di sperimentazione, si è resa conto – forse in modo un po’ tardivo – che per chi la sta a guardare tutto questo resta comunque spettacolo, intrattenimento. Si paga un biglietto e si guarda. E questo guardare non ti “cambia la vita” – come pretenderebbe il manuale del bravo artista performativo. Leggi il resto dell’articolo

I Servillo e l’eco familiare di Eduardo. «Le voci di dentro» all’Argentina

Servillo - Eduardo De FilippoSe il debutto romano di “Le voci di dentro”, che sarà al Teatro Argentina dal 7 al 31 maggio, si sta caratterizzando come un vero e proprio “evento” di questa stagione, per quanto in chiusura, un motivo c’è. Toni Servillo, nell’ultimo decennio, si è accreditato come un interprete di Eduardo tra i più efficaci, sicuramente il più acclamato, probabilmente perché è uno dei pochi protagonisti della scena contemporanea in grado di restituire una profonda autenticità ai lavori dell’autore partenopeo (nonostante sia soltanto alla sua seconda prova). E il motivo sta nella doppia visuale con cui Servillo può permettersi di affrontare il teatro di De Filippo. Da un lato – come lui stesso ha dichiarato – Servillo tratta Eduardo come un classico, cioè come uno dei rari patrimoni condivisi e autenticamente popolari della drammaturgia del nostro paese (nonostante sia stato considerato da qualcuno come un fenomeno “regionale”, De Filippo è probabilmente l’unico grande nome della drammaturgia italiana accanto a Pirandello, e decisamente più moderno del premio Nobel siciliano). Dall’altro lato, per Servillo, Eduardo è una sorta di eco familiare, qualcosa che si poteva respirare fin dall’infanzia, da dentro le mura di casa.

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Cose finte, attenti, non false. «Le braci» di Roberto Corradino

le braci - corradinoL’arte da sempre interroga il male. Ma il grande paradosso della società dello spettacolo – che ha visto un progressivo appiattirsi delle pratiche artistiche nell’indistinto fondale trompe l’oil dell’intrattenimento – è che spesso l’arte ha finito per compiacersene, del male che interroga. Oppure, colta alla sprovvista dal fatto che la realtà mediatizzata sa oramai stimolare l’immaginario meglio dell’arte stessa e pratica con disinvoltura il linguaggio dell’intrattenimento (il termine “infotainment” ha già qualche decennio di storia), è spesso tornata a predicate l’irruzione della realtà stessa nei territori dell’arte. Con risultati spesso deludenti, quando non apertamente patetici. Ma come si fa, allora a interrogare l’orrore? Ad esempio, il cortocircuito impazzito di politica, violenza e ragioni contrapposte che si mescolano ai torti che ci propone il terrorismo nel XXI secolo. Come lo si porta in scena? La compagnia catalana La Fura dels Baus ci provò nel 2008 con una delle azioni più tremende e stupefacenti dell’inizio del secolo: l’attentato al Teatro Dubrovka di Mosca, nel 2002, che finì con la morte di circa 250 civili e una quarantina di guerriglieri ceceni a causa dell’intervento delle teste di cuoio russe. La Fura dels Baus ripropose la stessa identica scena, con attori travestiti da terroristi che agitavano i fucili e gridavano ordini in tono minaccioso. Ma, come ha rilevato Attilio Scarpellini nel suo saggio «L’angelo rovesciato» (Edizioni Idea, 2009), l’operazione lasciò piuttosto freddo il pubblico, che osservava tranquillo sulla sua poltrona la messa in scena, e nonostante l’attentato fosse recente e quindi vivo e presente nella mente di tutti noi. L’arte soccombeva miseramente davanti alla forza espressiva della realtà. E l’operazione fallì.

Ci riesce invece Roberto Corradino con lo spettacolo «Braci», sette anni più tardi – il debutto è del 2012 – e con mezzi decisamente più modesti. In tono sommesso, si potrebbe dire, eppure straordinariamente “a fuoco”. Perché è il senso dell’operazione ad essere diverso. Leggi il resto dell’articolo

«Banquo» di Tim Crouch secondo l’Accademia degli Artefatti

WCENTER 0CULAGDMGZ -Con un coup de théâtre da Grand Guignol prende il via il «Banquo» di Tim Crouch, portato in scena da Fabrizio Arcuri (e prodotto dal Teatro della Tosse di Genova). Che è certamente il miglior monologo della stagione, con un che si aggira con agio in quella che è stata ormai definita “recitazione artefattiana”, riuscendo anche a impreziosirla. Campanati interpreta Banquo, generale e migliore amico di Macbeth, da questi assassinato. O meglio, il suo fantasma – grondante com’è di sangue – quello che solo Macbeth (e il pubblico) può vedere. Il fantasma che dall’onniscenza della morte conosce tutte le pieghe della tragedia shakespeariana e che dunque può raccontarla da un’angolatura inedita. Detta così sembrerebbe un’operazione simile a quella di Tom Stoppard in “Rosencrantz e Guildenstern sono morti”, e forse in parte è vero, ma c’è il tocco di Crouch a spostare l’operazione da un’altra parte. Perché come lo sfortunato prestigiatore di “An oak tree” ci ricordava che il teatro, come il linguaggio, è soprattutto una sofisticata opera di illusionismo, così il Banquo di Crouch, per ricostruire la vicenda, ci chiede in primo luogo di “immaginare”. Leggi il resto dell’articolo

Fahrenheit – Radio 3 :: «Rossi a Manhattan» di Eric Salerno

Faccia a Faccia con ERIC SALERNO
autore di «ROSSI A MANHATTAN» (Il Saggiatore, 2013)

Eric Salerno -Rossi a manhattan

Eric Salerno  ricostruisce, ricorda, annota e rilegge le vicende del padre, cacciato dagli USA nel 1950 perché Comunista. È il 1923 quando Michele Salerno lascia Castiglione Cosentino per gli Stati Uniti. Non tollera il regime fascista nascente in Italia. Lui, comunista di famiglia cattolica ha voglia di guardare avanti e ora è nel paese giusto per farlo. Incontra Elizabeth Esbinsky, detta Betty, arrivata bambina in America  da Chojniki, oggi tra Belarus e Ucraina, e una lunga scia di morte: le guardie bianche dello zar che combattevano contro i rossi, i pogrom, la guerra civile, le lotte antisemite. Lei e Michele fanno delle loro singole lotte una lotta comune e assieme assistono alle azioni degli antifascisti in Italia, all’ascesa della dittatura del generale Franco in Spagna, alla persecuzione dei comunisti americani durante la Guerra fredda. Sui giornali e in piazza, l’impegno nella difesa dei diritti umani e civili è la loro motivazione esistenziale. Finché il 23 novembre 1950, il giorno della deportazione in Italia, quando i Servizi, che avevano bollato la lotta al capitalismo di Michele come un’attività di spionaggio, ebbero la meglio. Leggi il resto dell’articolo

Portare la crisi in scena. Una conversazione con Fausto Paravidino

“Crisi” è una delle parole più frequentate dalla politica e dall’arte nell’ultimo quinquennio. E anche se a tutti noi è chiaro il contorno di questa parola, le sue coordinate economiche e i suoi effetti possibili sul futuro, quello che ancora è immerso nella nebbia è la sua sostanza, il modo cioè in cui i numeri della crisi si traducono nell’incandescente materia della vita, né intaccano le abitudini e le sicurezze e a poco a poco trasformano le relazioni, gli affetti, le dinamiche sociali e lavorative. Per questo Fausto Paravidino ha scelto di partire da questa parola per avviare il suo laboratorio di drammaturgia, che si sta tenendo in più fasi al Teatro Valle Occupato nel corso di questa stagione.

«Abbiamo scelto di partire dalla ‘Crisi’ perché ci sembrava un tema unificante – spiega Paravidino – Per due motivi: da un lato è un tema all’interno del quale tutti quanti si possono riconoscere, perché è quello che stiamo vivendo tutti. Dall’altro parlare di crisi significa parlare di teatro: una commedia inizia quando un ordine entra in crisi». Leggi il resto dell’articolo

Tre Soldi – Radio 3 :: Viaggio negli OPG (5a puntata)

Radio-documentario sugli Ospedali Psichiatrico Giudiziari, in onda dall’1 al 5 aprile 2013 su Radio 3 Rai alle 19,45 [frequenze su Roma 93.7 oppure 98.4 in FM] nell’ambito della trasmissione «Tre Soldi»

OPG - targa - ilaria scarpa

Il documentario è stato realizzato in collaborazione con l’associazione Antigone.

NB: il fotoreportage di Ilaria Scarpa – con il racconto di Graziano Graziani – uscirà sul n° 14 de Il Reportage (aprile-giugno 2013).

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Tre Soldi – Radio 3 :: Viaggio negli OPG (4a puntata)

Radio-documentario sugli Ospedali Psichiatrico Giudiziari, in onda dall’1 al 5 aprile 2013 su Radio 3 Rai alle 19,45 [frequenze su Roma 93.7 oppure 98.4 in FM] nell’ambito della trasmissione «Tre Soldi»

OPG - targa - ilaria scarpa

Il documentario è stato realizzato in collaborazione con l’associazione Antigone.

NB: il fotoreportage di Ilaria Scarpa – con il racconto di Graziano Graziani – uscirà sul n° 14 de Il Reportage (aprile-giugno 2013).

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Tre Soldi – Radio 3 :: Viaggio negli OPG (3a puntata)

Radio-documentario sugli Ospedali Psichiatrico Giudiziari, in onda dall’1 al 5 aprile 2013 su Radio 3 Rai alle 19,45 [frequenze su Roma 93.7 oppure 98.4 in FM] nell’ambito della trasmissione «Tre Soldi»

OPG - targa - ilaria scarpa

Il documentario è stato realizzato in collaborazione con l’associazione Antigone.

NB: il fotoreportage di Ilaria Scarpa – con il racconto di Graziano Graziani – uscirà sul n° 14 de Il Reportage (aprile-giugno 2013).

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Tre Soldi – Radio 3 :: Viaggio negli OPG (2a puntata)

Radio-documentario sugli Ospedali Psichiatrico Giudiziari, in onda dall’1 al 5 aprile 2013 su Radio 3 Rai alle 19,45 [frequenze su Roma 93.7 oppure 98.4 in FM] nell’ambito della trasmissione «Tre Soldi»

OPG - targa - ilaria scarpa

Il documentario è stato realizzato in collaborazione con l’associazione Antigone.

NB: il fotoreportage di Ilaria Scarpa – con il racconto di Graziano Graziani – uscirà sul n° 14 de Il Reportage (aprile-giugno 2013).

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