Saviano, Szymborska e la mentalità auditel

[Immaginario malato – n°11] Wislawa Szymborska, tra i più grandi poeti del Novecento, è scomparsa il 1° febbraio scorso. In Italia i giornali hanno riportato il fatto poco e male, tanto che ci sono volute più di 24 ore perché i principali organi di informazione on line ne dessero notizia in home page, spesso con un trafiletto laterale, mentre gli omologhi esteri utilizzavano articoli di spicco per commemorare la scrittrice polacca, premio nobel per la letteratura nel 1996. Qualcuno potrà pensare che, con un simile incipit, l’intento di questo articolo sia di partire con la solita lamentatio sullo scarso interesse che giornali e giornalisti italiani nutrono nei confronti della cultura (quella vera, non quella che si vende un tanto al chilo e che compra le manchette pubblicitarie).
Che dire, un po’ è così. Ma è solo un lato della medaglia. L’altra è lo stupefacente esito dell’apparizione di Saviano da Fazio una settimana dopo: il Roberto nazionale (mi spiace per Baggio, i tempi cambiano) legge alcuni versi delle poesie della Szymborska e contestualmente 800 copie vengono vendute su Amazon. L’editore Adelphi fiuta l’imminente richiesta di massa, ristampa 15.000 copie dell’opera omnia che vanno subito esaurite, e poi altre 15.000. Questa la ricostruzione di Repubblica, il 9 febbraio.
Saviano dice che il merito è delle poesie della Szymborska, profonde e leggibili a un tempo, che non hanno bisogno di mediatori. Condivido il giudizio su quella che è una delle autrici più acute che il mondo abbia avuto nella sua storia recente. Ma sull’origine del fenomeno no, caro Roberto, non  concordo. Il fatto è che la gente non si fida più di critici e giornali: il più delle volte si fa sedurre dai banconi del supermercati letterari stile Feltrinelli, oppure all’opposto li schifa e punta solo sul tam-tam. Quello che è successo con la Szymborska è che il pubblico televisivo di Fazio ha riconosciuto come mediatore Saviano. Basta il suo giudizio, il suo gusto, persino il suo amore per un autore e la gente corre a comprarne il libro. Straordinario.
Straordinario perché, se Saviano fosse un editore sarebbe il più grande editore di tutti i tempi. E invece no, fa lo scrittore, e la gente si fida proprio di questo. E del fatto che lo conosce. Mentre invece chi è che conosce e perde tempo a leggere i pensieri e le considerazioni dei tanti assai più piccoli mediatori che sui giornali e su internet cercando di raccontare quali libri, tra la giungla delle decine di migliaia pubblicati ogni anno, vale la pena leggere e quali no? Oddio, qualcuno lo fa, ma la cerchia si stringe inesorabilmente e va quasi a coincidere con quella degli addetti ai lavori. E invece cosa è ancora in grado di fare il piccolo schermo – con buona pace dei militanti anti-mainstream che ormai si affidano solo a internet? Allarga il campo. E di parecchio.
Ma per ottenere questo risultato c’è bisogno di quello che, in gergo pubblicitario, si chiama testimonial. Saviano è la garanzia che posso correre in libreria a spendere bene i miei soldi. E questo non è affatto dirompente in sé – in fondo che male c’è se decine di migliaia di persone si comprano e si leggono un bel libro di poesia? è “male” perché si sono informati attraverso la tv? perché si fidano solo del nome famoso invece di spulciare i libri in libreria? Questa cosa è dirompente solo se messa in parallelo col sistema della mediazione culturale che non funziona più. Con lo scarso credito che diamo agli editori meno conosciuti (che spesso fanno in piccolo e in peggio le scelte commerciali di quelli grandi), agli organi di stampa (che sembrano seguire la seduzione del lettore più che un’idea di servizio basata sulla qualità), ai teatri e festival (che si interessano della letteratura solo quando fa cassetta), alle università e alle accademie (che sembrano non essere più in grado di dirci in modo in autorevole cos’è la letteratura e chi la rappresenta).
Tutte queste voci sembrano essersi fatte fioche, appena udibili, oppure terribilmente compromesse con gli interessi di bottega o con quelli del successo facile, e per questo hanno perso la loro credibilità. Ma quando accade una cosa del genere, e in modo così diffuso, a emergere è quella che Pierre Bourdieu chiamava la “mentalità auditel”. La “mentalità auditel” è quella che stabilisce il valore delle cose sui numeri che sposta. “Oggi il mercato viene considerato un’istanza legittima di legittimazione”, scrive Bourdieu, che prosegue: “Attraverso l’auditel è la logica del commerciale che si impone alle produzioni culturali”. La cosa è preoccupante per il sociologo francese perché quelle che lui considera tra le più alte attività umane – filosofia, matematica, poesia – sono nate e si sono storicamente sviluppate “contro l’equivalente dell’auditel, contro la logica del commercio”.
Ora, nel caso Saviano-Szymborska il contenuto in sé è tutt’altro che commerciale: eppure esso si afferma esclusivamente grazie a quella logica, altrimenti sarebbe rimasto nel limbo degli specialisti. È allo stesso tempo esaltante (migliaia di copie di un ottimo libro vendute) e disperante (il dibattito culturale italiano, di quelle copie, non ne ha spostata neanche una). Aldo Grasso sul Corriere si domanda se il “popolo della tv” ama la Szymborska o piuttosto ama Saviano. Al di là della risposta che scegliamo di darci, questo fatto dà l’idea di come la “mentalità auditel” sia ormai in tutti i cervelli, come diceva Bourdieu: “nelle redazioni, nelle case editrici”. E anche nel pubblico.

[da Paese Sera]

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