Pasolini è pop, anzi kitsch. «Superstar» di CK Teatro

Lo sdoppiamento è la più grande delle finzioni letterarie. Con questa affermazione, che è praticamente un manifesto dello spettacolo, prende il via «Superstar», la versione teatrale di «Petrolio» di Pasolini della compagnia romana CK Teatro, di recente in scena al Teatro Orologio. Lo sdoppiamento dell’ingegner Carlo Valletti in due identità in antitesi, che è l’ossatura della vicenda narrativa del grande romanzo incompiuto, diventa materia scenica di questo diretto da Fabio Morgan, che è anche l’interprete di Valletti, nonché autore della drammaturgia assieme a Leonardo Ferrari Carissimi e Andrea Carvelli. La scena difatti è divisa in due schermi, dietro i quali si alternano le scene recitate mentre sul lato opposto vengono proiettati contemporaneamente dei video, trasposizioni degli “appunti” di Pasolini. Lo stacco tra una scena e l’altra, tra un video e l’altro, è scandito dalle parole dello scrittore che scorrono assieme al rumore della pellicola, regista assoluto di quella finzione, che guarda il pubblico da dietro la sua cabina di regia.
Morgan ha sintetizzato, in questo modo volutamente netto, i tre aspetti di cui è composto Petrolio: la vicenda di Valletti, giovane ingegnere di successo già ai vertici dell’Eni; quella di Carlo, alle prese con una smodata voracità sessuale; le lunghe digressioni saggistiche dell’autore, che non ebbe il tempo di trovare un equilibrio delle parti. Ma nonostante questo «Superstar» non è affatto una semplice trasposizione dell’ultimo libro di Pasolini. Ne è piuttosto la sua proiezione sul presente. Se Pasolini intendeva dare vita a un romanzo-mondo che esprimesse la sua visione politica ed esistenziale attraverso un gigantesco affresco sul potere, Fabio Morgan seleziona dei passaggi nodali della vita politica del nostro paese e ce li restituisce come altrettanti snodi dell’ascesa di Carlo Valletti, giovane, vincente e terribilmente intrecciato col potere.
Solo la prima scena, in cui Eugenio Cefis confida le sue impressioni su Enrico Mattei sul ruolo dell’Eni, è coeva all’opera di Pasolini. Dopo gli anni Sessanta, età della febbre del petrolio, Valletti è negli anni Settanta a cospetto di Andreotti dopo l’uccisione di Aldo Moro; negli anni Ottanta è colloquio con un generale dei servizi segreti dai non celati rigurgiti fascisti a parlare della bomba alla stazione di Bologna e di strategia della tensione; negli anni Novanta se la intende con il capo dei capi della mafia Totò Riina. E mentre i tre personaggi snocciolano le iperboli dei loro ragionamenti, con i quali svelano le proprie logiche più che dissimularle, nei video accanto l’orgia del potere trova il suo corrispettivo visivo, la sua traduzione carnale, fatta di amplessi meccanici a cui Valletti si dedica senza freno, compiti sullo sfondo dei pozzi di petrolio in medio oriente, a via Caetani davanti alla Reanult 4 dove fu ritrovato moro, allo svincolo per Capaci dove il giudice Falcone e la sua scorta furono fatti saltare in aria. Valletti, sempre in silenzio davanti al potere che lo investe di se stesso, pronuncia una sola parola: accetto. Finché nel frammento conclusivo, davanti all’obbiettivo, reciterà la formula della sua “discesa in campo”: ovvero, le parole esatte del discorso di Berlusconi del 1994. “L’Italia è il paese che amo…”.
È uno spettacolo radicale, questo di CK Teatro, come non se ne vedono spesso, che insegue fino al parossismo il suo obiettivo che non è solo “politico” nei contenuti e “filologico” rispetto all’opera di Pasolini, pur riscritta (con notevole abilità). Non scappano alla sua radicalità – che ricorda quella delle avanguardie di qualche decennio fa, più che l’odierna scena contemporanea, e non per debito d’immaginazione – le forme estetiche dell’arte e l’icona-Pasolini, simbolo di acume d’analisi al limite della preveggenza stiracchiato all’inverosimile dal senno di poi del dibattito intellettuale di oggi. È lui la “superstar” che esce a prendersi gli applausi sul finale, autore dell’opera d’arte della sua vita che lo trasforma nell’ennesima icona del nostro presente così tristemente affamata d’eroi. Mentre lo spettacolo in sé, godibile anche se volutamente statico, si dispiega come una forma barocca e rovesciata di quell’altro aspetto che con l’icona forma oggi una locuzione non più separabile: il pop. I video dagli sfondi posticci e sgranati, usati come un tableau vivant, così come la recitazione ostentatamente mimetica di Emiliano Reggenti (che interpreta tutti gli interlocutori di Valletti) e dello stesso Morgan, sono tutti elementi di una ricerca del “kitsch” come forma anti-pop  – e Colossal Kitsch è anche lo scioglimento dell’acronimo CK.
C’è qualcosa di disturbante e allo stesso tempo affascinante in questa alchimia ricercata con cura e rigore dalla compagnia romana: la politica, il kitsch, Pasolini, la sdoppiamento, la staticità, il richiamo al presente… ci si trova di fronte a un insieme che, stando alle logiche dello spettacolo di oggi, dovrebbe andare in pezzi, esplodere in frammenti rovinosi. E che invece, all’opposto, non solo tiene, ma dà luogo ad un’architettura ferrea, in grado di far tornare tutti i conti e di seguire fino in fondo ogni traccia con grande chiarezza e lucidità. E d’altronde cos’altro è l’Italia di oggi, tanto quella politica che quella artistica, se non un insieme impossibile di frammenti che, come il famoso calabrone, continuano a volare solo perché non sanno che secondo logiche del presente non dovrebbero più essere in grado di farlo?

[da Paese Sera]

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