Rodotà al Valle occupato: “Cultura bene comune? Dipende da noi”

Nella seconda parte degli Stati Generali della Cultura indetti dal Teatro Valle Occupato, l’intervento di punta è stato quello di Stefano Rodotà, giurista ed ex presidente dell’Autorità garante per la privacy. La sua riflessione si rivolgeva a uno dei nodi centrali dell’occupazione del Valle, l’idea di cercare di stabilire giuridicamente lo status di “bene comune” per la cultura e per i luoghi dove essa si svolge. Va ricordato, infatti, che l’occupazione del Valle è avvenuta a ridosso del referendum per l’acqua pubblica, i cui promotori avevano invocato questo concetto giuridico – piuttosto recente – per una risorsa primaria come l’acqua. E fin qui la cosa è parsa chiara a tutti, persino ovvia, e il referendum ha vinto con oltre il 95% dei consensi. Ma la cultura? Può davvero essere equiparata a una sostanza primaria come l’acqua?
Rodotà ha esordito raccontando il fastidio istintivo che ha provato quando il termine “bene comune” è divenuto di larga frequentazione anche nel lessico giornalistico, oltre che politico. Il rischio che intravedeva era l’inflazione, e lo svuotamento di senso. Se tutto diventa bene comune, alla fin fine nulla lo è davvero. Resta lo slogan, ma l’efficacia della tutela giuridica si assottiglia terribilmente. “Dopo però ci ho ripensato – ha aggiunto – perché l’istituto del bene comune è qualcosa che si sta materializzando un po’ per volta. I giuristi, in realtà, arrivano sempre dopo rispetto a ciò che accade. Sono in grado di confezionare con i loro strumenti ciò che serve per inserire ciò che deriva dal senso comune o da una lotta politica vinta in un sistema codificato di leggi. Ma poi l’applicazione di queste leggi dipende da quanto la società resti attiva, ad esempio nel difendere un bene comune affinché resti tale”.
Secondo Rodotà, dunque, l’istituto del bene comune – e le iniziative come quella del Valle che cercano di dare, nel prioprio settore, una declinazione pratica a questo principio – è una importante palestra affinché la cittadinanza torni ad essere tale, e il diritti cessi di essere solo un insieme di norme, ma torni piuttosto evidente la sua natura di risultato di una battaglia civile e politica. “Dipende da noi – ha concluso Rodotà – da quanto vogliamo poi nel tempo continuare ad essere difensori di questo principio che affermiamo come comune. Perché i diritti possono sempre essere messi in discussione nel tempo, e oggi – cosa che credevamo impossibile – vengono messi in discussione diritti che pensavamo e pensiamo ancora inalienabili. Tutto sta nelle nostre mani, in quanto diamo disposti ad essere ‘partigiani’ dei nostri diritti acquisiti, difensori di quei beni che riteniamo comuni”.

[da Paese Sera]

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Una risposta a “Rodotà al Valle occupato: “Cultura bene comune? Dipende da noi”

  1. Santi Lo Monaco 2 ottobre 2011 alle 9:17 pm

    Anche da garante della privacy non ricordo che Stefano Rodotà si sia distinto per particolare acuzie. L’occupazione del Valle, come l’occupazione di qualsivoglia spazio o bene comune, è un fatto illegale ed illecito. Un bene comune è di tutti (i cittadini) non di un gruppo piccolo o grande che se ne arroghi il possesso; non mi è noto l’istituto giuridico dell’usucapione di bene pubblico per motivi artistici. Un bene pubblico è della collettività dei cittadini. Nella nostra comunità, nell’attuale ordinamento repubblicano abbiamo delegato la gestione dei beni pubblici alla rappresentanza politica eletta per via democratica, piaccia o meno (a me i politici che abbiamo non piacciono ma me li piango lo stesso, come si possa esserne contenti mi sfugge, da milanese a penati non si tratta di mariuli ma di sistemi). Cercare arzigogoli e sofismi giuridici di bassa cucina per giustificare ex-post l’occupazione illegale e illecita di un bene pubblico è un atto di schifoso fascismo che mina le basi della nostra civiltà giuridica.
    Rodotà ha avuto il compito di mettere una pezza tecno-giuridica alla brutta vicenda del Teatro Valle che non ha alcun appiglio di legalità. Un gruppo limitato di cittadini (giovani?) si è insediato dentro uno spazio pubblico, il Teatro Valle, che in virtù (a causa) delle recenti norme sul federalismo demaniale stava per passare dalla disponibilità del ministero dei beni culturali alla disponibilità del comune di roma.
    Cosa siano le elucubrazioni di Rodotà forse non lo sa nemmeno lui, come gli occupanti anche Rodotà ha perso il senso della logica elementare. Insomma se il moderno funziona come funzionava per il Marchese del Grillo ditecelo chiaramente, altro che diritto e bene comune.
    Santi Lo Monaco

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