Immaginario malato – Breivik e il sistema carcerario norvegese

La strage compiuta da Anders Behring Breivik il 22 luglio 2011 ha scosso nelle fondamenta la società norvegese, che prima di quei tragici giorni non aveva conosciuto una forma di terrorismo così violento in casa propria. D’altronde la morte di 77 persone, quasi tutti giovanissimi militanti del partito laburista, avvenuta per mano di una persona che si definisce fondamentalista cristiano di estrema destra, ha fatto raggelare il sangue all’Europa intera, che dovrà cominciare a fare i conti col fanatismo di casa propria – cosa su cui i paesi occidentali sono spesso riluttanti, preferendo rappresentarsi come i difensori della libertà più che luoghi dove il “malessere” è in grado di attecchire così radicalmente da trasformarsi in “male”, e terrore.

La strage dell’isola di Utoya – un nome a cui, per ironia della sorte, manca una sola consonante per suonare come “utopia” – sta costringendo anche un paese tollerante come la Norvegia a guardarsi in faccia. E il rischio è che, sull’onda dell’emozione, si generi una reazione a catena che vada a minare le libertà e la civiltà della democrazia norvegese. Per questo la dichiarazione rilasciata a caldo dal premier norvegese Jens Stoltenberg è di estrema importanza, sostanziale e simbolica: “Non ci toglieranno il nostro modo di vivere”, ha detto.

All’opposto, la reazione dei media italiani, più interessati al binomio “Law & order” diffuso dalle fiction americane che a una seria riflessione sulla specificità scandinava, che in termini di giustizia sociale e convivenza agli Usa ha probabilmente poco da invidiare. Una delle grandi perplessità dei giornali italiani era che, secondo l’ordinamento norvegese, Breivik è condannabile soltanto a un massimo di 21 anni di reclusione. L’altra, che il sistema carcerario norvegese non prevede la mortificazione del detenuto, che non vive come da noi nell’inerzia e in condizioni di sovraffollamento, ma ha a disposizione programmi di recupero.

Prima cosa da sfatare: passati i 21 anni il sistema norvegese non prevede la scarcerazione, ma il riesame della necessità di detenzione ogni 5 anni. Ad ogni modo anche in Norvegia stanno studiano una modalità per ottenere per Breivik una pena esemplare, ad esempio invocando il reato di crimini contro l’umanità, che permetterebbe l’estensione della pena a 30 anni (che è press’a poco il nostro ergastolo). Quello che conta però è che, per punire il singolo autore di una strage folle e disumana, non si sta pensando di smantellare un intero sistema giudiziario piuttosto avanzato, che presumibilmente nel 99 per cento dei casi ha a che fare con criminali la cui pericolosità sociale è di molto inferiore a quella di Breivik.

Qui sta la differenza forte tra un paese come l’Italia, dove davanti a una simile tragedia la riflessione dei media si rivolge al presunto problema dei “carceri a 5 stelle”, e un paese come la Norvegia dove uno dei sopravvissuti all’eccidio di Utoya, il sedicenne Ivar Benjamin Oesteboe, nonostante la sua giovane età e quello che ha vissuto, trova la forza per scrivere a Breivik dicendo: “Io non sono arrabbiato. Non ho paura di te. Noi non risponderemo al male col male, come vorresti tu. Noi combattiamo il male con il bene. E noi vinceremo”.

[anche su Paese Sera]

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