I Motus e la tragedia di Alexis

«Alexis. Una tragedia greca» è l’ultima tappa del lavoro che i Motus hanno intrapreso sul mito di Antigone, una virata verso la classicità che la compagnia romagnola ha portato avanti secondo il suo stile, ovvero caricandola di una forte valenza politica che guarda al presente. Già il titolo, difatti, fa riferimento ad Alexis Grigoropoulos, il ragazzo di 15 anni ucciso dalla polizia greca il 6 dicembre del 2008 – e lo spettacolo stesso è il risultato di una residenza che i Motus hanno condotto ad Exarchia, il quartiere anarchico dove è questa assurda morte si è verificata (il progetto si chiama «Syrma Antigonés», sulle tracce di Antigone). Come nelle tappe precedenti, anche qui l’indagine sul mito rifiuta qualunque tipo di simbolismo e di sottinteso, alternando alle scene interpretate delle riflessioni in cui gli attori, fuori dai personaggi, danno conto del senso che ha per loro la storia di Antigone. E lo stesso approccio torna nel raccontare la storia di Alexis e del quartiere di Exarchia: anche se la partecipazione è esplicita, non c’è celebrazione, ma uno sguardo quasi antropologico, documentale, che dà contro dell’incontro tra una compagnia teatrale italiana e una realtà, quella greca, dove i movimenti politici hanno una forza espressiva e di mobilitazione che quelli del nostro paese hanno avuto in passato ma che oggi non riescono più ad avere. Si potrebbe quasi parlare di una forma elaborata di teatro di narrazione – quanto di più distante dalla biografia dei Motus – intrecciata con un’indagine esplicita (simile a quella del Riccardo III di Al Pacino) sul mito di Antigone, un muto carico di questioni che si articolano in domande universali e risposte personali, che riportano all’attore e al suo vissuto, e tramite di esso all’oggi, a ciò che accade nel mondo. La tragedia, oggi, in Grecia, diventa naturalmente la vicenda di Alexis, che è anche la lotta fratricida della società (nel primo contest i Motus rappresentavano Eteocle e Polinice come un celerino e un manifestante) per il controllo del potere (un significativo Creonte-Berlusconi occupava invece il centro della riflessione nel secondo contest). A quel punto il suggerimento di vedere nel corpo morto di Polinice, il fratello che sceglie di disobbedire all’ordinamento della sua città, il corpo morto di Alexis (ma anche di Carlo Giuliani, come appare scritto su un muro del Politecnico di Atene), cessa di essere uno spunto intellettuale per divenire un’associazione spontanea. Le relazioni della tragedia si fanno davvero archetipiche senza peccare di psicologismo, e quando nel finale Silvia Calderoni dice a Benno Steinegger che certe figure funzionano meglio da sole che in una relazione dialogica, ma ciò non vuol dire che non possano funzionare quando diventano più di due – cioè una moltitudine – e nel fare ciò invita il pubblico a salire e a prendere parte a un’ipotetica rivolta, allora lo spettacolo segna il suo apice e strappa più di un’emozione.

[da Carta n°36/2010]

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