In morte del realismo

Gli ingredienti ci sono tutti. Un romanzo scritto da un grande narratore come Antonio Tabucchi. Un regista esperto e abituato alla coralità, che è anche un grande pedagogo, come Marco Baliani. Una vicenda che racconta le radici della nostra storia recente, quell’Italia contadina che non esiste più, a partire dall’Unità d’Italia di cui ricorre il prossimo anno il 150° anniversario. E una produzione intenzionata a portare lo spettacolo dal Teatro India, dove ha debuttato lo scorso 8 febbraio e dove resterà in scena fino al 7 marzo, nei teatri di cintura, per raggiunge quel fantomatico pubblico popolare che diserta gli spazi ufficiali e di cui il teatro è giustamente affamato. Eppure, come per la maionese che può “impazzire” anche se l’uovo è fresco e l’olio di qualità, gli ingredienti nel caso di «Piazza d’italia» di Marco Baliani non hanno fatto la differenza.
La storia della famiglia di Garibaldo, della matriarca Esterina, della romatica Esperia e del fascista codardo dal nome epifanico di Melchiorre perde sulla scena quella magia che Tabucchi le aveva impresso sulla pagina, e così della sua “favola popolare in tre tempi” resta il tentativo di creare sulla scena una sorta di realismo magico poco adatto alla storia d’Italia. Tutto appare posticcio, complice anche una recitazione enfatica che, nonostante una compagine di ottimi attori (che quando toccano corde più comiche ci regalano i momenti più solidi  e vividi della piéce), rende ancora più faticosa la traversata fino alla fine dello spettacolo. L’unico appiglio che Baliani concede a se stesso e al pubblico per uscire dalla trappola del realismo – che in un’operazione come questa si rivela un vicolo cieco – è la scelta di intramezzare narrazione e coralità, andamento che caratterizza tutte le scene dello spettacolo e ne crea il ritmo. Tuttavia questa soluzione, che affida a lunghe sessioni di monologhi intrecciati il compito di restituire la storia di Tabucchi, utilizzando quindi le stesse armi (inevitabilmente spuntate a causa del tempo e della forma) dell’originale, ovvero la narrazione, rende lo spettacolo immobile e ne accentua il carattere finzionale.
Ma al di là delle considerazioni sullo spettacolo in sé, che può piacere o non piacere, la messa in scena di «Piazza d’Italia» ci fornisce uno spunto per alcune riflessioni di carattere più generale. Perché il problema principale sta nel fatto che spesso operazioni di questo tipo sono senza referente – e il tema dell’identità è uno di quelli su cui proprio la sinistra è maggiormente franata. A chi è destinato uno spettacolo del genere? Non all’Italia contadina e popolare che celebra, che è ormai scomparsa come preconizzava Pasolini, lasciando dietro di se una “mutazione” così profonda da delineare all’orizzonte sociale un paesaggio e una specie completamente diversi. Non è destinato al pubblico di esperti, addetti ai lavori, che – vuoi per snobbismo, vuoi per il desiderio di vedere il nostro teatro aderire alle dinamiche della scena internazionale – cercano un tipo di teatro diverso. E, infine, non è destinato al pubblico popolare che frequenta poco il teatro, che è abituato a linguaggi lontani anni luce da quello di «Piazza d’Italia».
Eppure c’è un’idea di racconto molto chiara nello spettacolo di Baliani. Si parla di povera gente, di fascismo, di lavoro. Parole d’ordine di buona parte della sinistra degli anni scorsi che probabilmente, fuori dalla retorica partitica in cui sono state ingessate, hanno ancora qualcosa di attuale da dire. Tuttavia quando un significante si scolla dal suo significato, e perde il suo referente, subisce la stessa sorte dei monumenti, quella di essere allo stesso tempo celebrazione e pietra tombale di ciò che si vuole evocare.
Un affabulatore impegnato come Ascanio Celestini, in un’intervista a Carta nel 2005, si domandava proprio se il suo parlare sempre di seconda guerra mondiale non celasse un’incapacità o persino una reticenza nel parlare del presente. Da lì il tentativo di raccontare le lotte del presente, anche con linguaggi differenti come il cinema o la tv; o la scelta di fare incursioni nei supermercati. I risultati, in termini spettacolari, sono forse meno incisivi degli spettacoli che hanno fatto conoscere Celestini al grande pubblico, tuttavia la sua parabola artistica – tentando di problematizzare il tema dell’idantità a sinistra – ci regala un’apertura di grande respiro. Analogamente, anche se su dinamiche estetiche opposte, Daniele Timpano in un’intervista dello stesso anno sottolineava un problema simile che era al centro del suo lavoro di antinarratore sulla “autobiografia d’oltretomba” di Mussolini. Per l’attore allora trentenne, che ha conosciuto il fascismo e la resistenza solo sui documentari in tv e non sa distinguerli “emozionalmente” da un cartone animato, tutta la storia dai Sumeri a Italo Balbo faceva parte di un unico immaginario atemporale, nettamente distinto dal presente, in cui le implicazioni politiche sono remote e sbiadite. Timpano autore e personaggio, per riappropriarsi di questa materia, decideva di farci uno spettacolo “scivoloso”  (e oggi, nel 2010, ne porta in scena un altro proprio sul Risorgimento, con la complicità di Gaetano Ventriglia). Siamo certi che rispetto a generazioni ancora più giovani della sua la lingua di «Piazza d’Italia» sia in grado di restituire qualcosa di autentico, piuttosto che far sprofondare ancora di più quella storia in un limbo fuori dal tempo e dalla politica?

[da lettera22.it]

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