Dentro il “blob” di Babilonia

Al centro di «Pornobboy», l’ultima produzione dei Babilonia Teatri, c’è il flusso mediatico che ci avvolge quotidianamente, il cosiddetto “chiacchiericcio televisivo” – ma la carta stampata, che ne assume i codici e gli epiteti in tempo reale, non ne è certo esente – che disegna l’orizzonte asfittico dei nostri giorni, fatto di ossessioni voyeuristiche (poco importa che l’oggetto sia il sesso o la violenza) cucite in doppia battuta col moralismo bacchettone. Già, la televisione è riuscita a partorire l’ossimoro per eccellenza, fondando la propria weltanshauung su una ricetta che serve grosse fette di torbido condite col miele del buonismo e del politically correct, senza per altro scomporsi della frattura semantica che questo comporta. Una contraddizione troppo feconda perché l’arte non decida di inoltrarvisi, esplorandone le derive pressoché infinite. Ma calarsi in questo “mare magnum” comporta dei rischi, perché la pervasività del linguaggio mediatico è tale che la voce dell’arte, quando non finisce per compiacersi del nulla che pronuncia, spesso si diluisce al punto tale da venire ridotta al silenzio.
Non è così per i Babilonia Teatri, che decidono di restituire “a brutto muso” il torrente di particolari ossessivi, lo streaming di morbosità che fluisce ogni giorno dai nostri schermi, radio e pc; ce lo urlano contro, nudo, ravvicinato, coerentemente pornografico. Strutturato come una serie di “dediche feroci” alle piazze mediatiche dell’Italia contemporanea, il monologo corale a tre voci (Enrico Castellani, Ilaria Dalle Donne e Valeria Raimondi) mette in fila come una cantilena, o forse un mantra, la sequela di omicidi tengono compagnia la sera a milioni di italiani comodamente seduti nel salotto di casa: da Cogne a Garlasco passando per la Perugia di Amanda e Raffaele. Ogni morbosità trova il suo posto, accuratamente alternata alle dirette dell’ultima sfida di champions o di campionato. Tutto entra nel tritacarne, anche il corpo martoriato di Eluana Englaro – martoriato sì, ma dallo scempio ideologico di cui è stato fatto merce, che nell’iperbole più ispirata dello spettacolo diventa una sorta di corpo pubblico, bambola-giocattolo da vestire coi suoi gadget a seconda dei gusti e delle stagioni: vergine, puttana, santa subito (un po’ come il “Berlusconi trasformer” dell’Ottavo Nano, che sbeffeggiava le funamboliche cacce al consenso del nostro presidente del consiglio).
Il testo prosegue rabbioso, a ondate, giocando per assonanze, “blobbando” proverbi e frasi fatte, procedendo a forza di “zapping” lessicali che imprimono il tono caustico, acido e ironico, che è la vera cifra di questo lavoro. E se è vero che questo stesso schema caratterizzava anche «Made in Italy» – lo spettacolo che ha fatto conoscere la compagnia veronese al pubblico nazionale – qui però si opera uno scarto coraggioso, in coerenza con l’operazione che anima «Pornobboy»: stavolta non c’è nessuno stacco musicale, nessun rock liberatorio, nessuna pausa ristoratrice ad interrompere il flusso delle parole; non c’è tregua ammissibile perché la tregua, nel mondo reale, non è concessa. Si chiude la bocca solo quando è l’ora della canzonicina sdolcinata, da ascoltare d’un fiato e senza sconti. A quel punto il cerchio è compiuto, la melassa mediatica – il zuccheroso lato oscuro della morbosità televisionaria – monta fino a sommergere ogni cosa, letteralmente, in questa geniale chiusura di spettacolo. E ogni cosa sparisce, divorata dal pozzo artesiano della spettacolarizzazione della morte, che è il gradino oltre il quale l’arte – che pur si lascia alle spalle un secolo di provocazioni – non è più in grado di rispondere alla realtà.

[da Carta n°43/2009]

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