Cinquant’anni di Bollati Boringhieri. Intervista a Francesco Cataluccio
Il logo che tutti conoscono è la riproduzione di un cielo stellato del Quattrocento. L’idea che l’ha attraversata per cinquant’anni è che i libri siano come le stelle del «celum stellatum»: segnaletica per non perdersi. Oggi la casa editrice fondata da Paolo Boringhieri nel 1957 e nata da una costola dell’Einaudi, ha mezzo secolo dietro le spalle. Trent’anni dopo la sua nascita, nel 1987, cambia proprietà e si arricchisce dell’esperienza di Giulio Bollati, per approdare in anni più recenti, con Alfredo Salsano, a quel filone di pensiero che ripensa lo sviluppo, slegandolo dall’idea di “ineluttabilità storica” che lo accompagna. Oggi, che compie cinquant’anni, la Bollati Boringhieri è ancora uno strumento per non perdersi. Ne abbiamo parlato con il direttore editoriale, Francesco Cataluccio.
In questi giorni presentate il catalogo storico. Come si collega questo patrimonio con il futuro?
Cinquant’anni sono un bel futuro dietro le spalle. Il peso della tradizione è molto forte. La nostra è una casa editrice particolare, nella storia dell’editoria italiana, è quella che ha scommesso con convinzione sulle scienze, in un momento – la fine degli anni cinquanta – in cui una scelta del genere era difficile. Ma è stata una scommessa premiata dal successo.
Quando Boringhieri se n’è andato dall’Einaudi portandosi via un centinaio di titoli scientifici, le premesse non erano confortanti. Ci voleva una gran convinzione nel fatto che la cultura scientifica sarebbe stata uno dei tasselli fondamentali per la crescita culturale di questo paese, e Boringhieri ce l’aveva. La cosa interessante è che lui si porta dietro dall’Einaudi anche un altro tipo di libri: la Collana Viola, progettata da Cesare Pavese assieme a Ernesto De Martino, che era apparentemente la cosa più lontana dai libri di Einstein e Fermi, perché trattava di etnografia e storia delle religioni, quindi una collana sul mito. Boringhieri è riuscito a tenere insieme questi due filoni – mito e scienza – in modo sorprendente, innestando un filone ulteriore, la collana di classici della filosofia diretta da Giorgio Colli, in cui si presentavano testi di filosofi occidentali come Schopenahuer accanto a testi di filosofia orientale. Infine, negli anni sessanta, Boringhieri aggiunge il tassello della psicoanalisi, divenuta ben presto un tratto costitutivo della casa editrice, che pubblica le opere complete di Freud prima e di Jung poi.
Nel 1987, a causa di una crisi economica – l’università, il nostro bacino naturale, stava diventando “di massa” – Boringhieri vende la casa editrice a Romilda Bollati, che affida la direzione al fratello Giulio. Giulio Bollati era il numero due dell’Einaudi, ed era culturalmente distante da Boringhieri: era un razionalista e un illuminista. Ma l’innesto avvenne in modo non traumatico e anzi molto fecondo. Bollati portò i libri di storia, tra i quali ci fu il grande successo del libro di Claudio Pavone sulla guerra civile. La Bollati Boringhieri – questo il nome da allora – ha prodotto alcuni dei testi più importanti sul fascismo e sui totalitarismi del Novecento.
Giulio Bollati voleva dar vita ad un’altra Einaudi, migliore di quella che aveva lasciato. Così oltre alla storia portò la letteratura, puntando su testi al confine tra fiction e non-fiction, come la memorialistica. Basta pensare al successo straordinario che ebbero, ad esempio, i libri di Luigi Pintor. Un tassello ulteriore derivò dalla grande passione che Bollati aveva per la fotografia, che fino agli anni ottanta era considerata un sottoprodotto della storia dell’arte.
Alla morte di Bollati lo sostituì Alfredo Salsano, purtroppo a sua volta scomparso, che era molto vicino ai temi cari a Carta, come la critica allo sviluppo, ed è stato uno dei nostri primi soci.
Salsano, che era un grande studioso di storia economica, ha portato in casa editrice la sua sensibilità molto legata alla cultura francese. Ha portato in Italia il filone che viene definito “antiutilitaristico”, che passa ad esempio per il pensiero di Serge Latouche. La proposta di un ripensamento dell’idea di progresso, in un senso diverso da quello che ha attraversato l’Ottocento e il Novecento. Un’idea di progresso che si svincoli dall’affannosa ricerca del produrre di più, e che invece contempli la possibilità – che può sembrare addirittura conservatrice – di un passo indietro, rispetto a una «fuga in avanti» che si sta dimostrando molto pericolosa.
Questo filone è stato uno dei temi più importanti della casa editrice negli anni recenti, accanto agli altri filoni già consolidati. Anzi, crea idealmente un’ulteriore connessione, che è poi la caratteristica forte della nostra casa editrice: quella di concepire una cultura senza steccati. Bollati Boringhieri ha sempre creduto che cultura scientifica e umanistica non possano correre separatamente. Questo significa che i libri non possono essere fatti a compartimenti stagni e che sempre più il sapere deve affrontare la realtà da vari punti di vista, utilizzando competenze anche lontane tra loro, percorrendo strade inedite.
La qualità non è solo nel contenuto, ma anche nell’oggetto libro. Eppure mantenete prezzi abbordabili.
L’oggetto libro e la sua forma erano un chiodo fisso per Boringhieri, ma soprattutto per Giulio Bollati. Tutti e due pensavano che l’elevazione culturale delle persone passi attraverso una non mortificazione dell’aspetto estetico del libro. Bollati dedicò un’estrema attenzione alla qualità della carta, a quel punto di blu che caratterizza la nostra collana di saggi. Cose che possono sembrare frivole, ma che invece hanno dietro una scelta culturale: il libro deve essere bello, leggibile, ben curato nella sostanza e nella forma.
La questione del prezzo è invece legata all’evoluzione dell’università, che resta il nostro punto di riferimento, e che non è più in grado di accettare libri voluminosi. Quando è necessario, realizziamo anche grandi volumi, ma pensiamo che non esistano argomenti che non possano essere sviscerati in un numero contenuto di pagine. Per questo puntiamo molto alla forma saggio. “Saggio” viene dalla parola francese utilizzata da Montaigne, che vuol dire tentativo. Tentare nuove strade, dove le discipline si incrociano le une con le altre può essere praticato ancora meglio in una dimensione contenuta e in una scrittura attenta all’elemento comunicativo. Una scrittura fresca, in grado di esprimere il pensiero, che non si rifugia nella facile apertura di centinaia di note, è lo strumento per arrivare a un pubblico anche di giovani, che vuole discutere gli argomenti che studia. Per questo ci stiamo orientando sempre più verso libri piccoli e ben scritti, che esaltino la divulgazione scientifica, che nei paesi anglosassoni è parte integrante della ricerca. Non esiste una teoria, per quanto astrusa, che non possa essere espressa anche in un modo accattivante alla lettura.
[da Carta n°17/2007]
